L'iniziativa

Changeness Project nasce per stimolare l'innovazione d'impresa con esempi, storie, strumenti e risorse. Obiettivo: interpretare e ricercare il cambiamento come opportunità competitiva.


Wikio

Crisi e fallimento

Giovedì 13 Novembre 2008 di Claudia Ferrari - www.salsadigitale.net

Due parole che si riprongono quasi quotidianamente: la prima come minaccia o previsione, la seconda come logica conseguenza. Tutti gli articoli di Changeness si sviluppano su argomenti mirati, fedeli alla logica di “stimolare idee innovative e fornire risorse utili per il cambiamento e l’innovazione”.  Quale miglior cambiamento del modificare il proprio punto di vista guardando a alla crisi come opportunità o comprendendo i lati positivi di un possibile insuccesso?

Abbiamo già parlato del fallimento, portando Google come primo esempio per sdoganare la brutta reputazione dei flop commerciali. Ovvio, solo a nominarla “quella parola” attiva una serie  di attacchi d’ansia e penso che nessuno desideri, per quanto ne comprenda l’utilità, provare in prima persona cosa voglia dire sbagliare. Ma quante volte abbiamo partecipato a lunghissime riunioni o procrastinato piani d’azione perché quel tal progetto non ci convinceva al 100% per poi vedere e invidiare i successi dei competitor più coraggiosi? Il rimpianto è uno degli scotti da dover pagare quando si rinuncia ad affrontare i rischi legati all’attività imprenditoriale. Proviamo a ribaltare i luoghi comuni e a guardare in faccia gli insuccessi come occasione di miglioramento e insegnamento. Solo difronte ad un tentativo, prova o esperimento, è possibile conoscere risposte, dati e reazioni del pubblico. Non solo, pensiamo ai costi e ai rischi della titubanza: rimanere arretrati, perdere gradualmente quote di mercato ma soprattutto sentirsi impotenti difronte a questi eventi.

Come ricordato, ogni rischio va ragionato sia per pianificare debite vie di fuga che per trarre il massimo insegnamento dall’esperienza vissuta (dati, indicatori, opinioni). Programmare “prove in piccolo” o sperimentazioni, ove possibile, può essere un buon inizio. L’importante è acquisire la buona abitudine di agire, di farlo in fretta e in modo strutturato per poterne dedurre più informazioni possibili.

L’odierna newsletter “Management Tip of the day” dell’Hardward Business Publishing, fornisce un paio di interessanti spunti di riflessione. Primo: in sede di selezione del personale, le delusioni di possibili futuri dipendenti sono rischi evitati per la nostra azienda e quindi perché non domandare ai candidati quando hanno fallito, cosa hanno imparato e come hanno messo a frutto quell’esperienza. Tali inusuali domande serviranno a conoscere meglio il background del possibile collaboratore e a valutare la sua capacità di affrontare in modo profittevole gli inevitabili ostacoli professionali. Altro aspetto sottolineato è la maggior considerazione che le Venture Capital conferiscono ai proponenti con un paio di sbagli imprenditoriali alle spalle.  Più fiaschi uguale più capacità di rishciare, maggiore esperienza e minore probabilità di commettere gli stessi errori in futuro  (l’equivalente della gavetta per gli apprendisti).

Passiamo alla crisi. Molti imprenditori conoscono l’idiogramma Abunai/Ki e il suo fondere concetti quali “pericolo” e “occasione”. La crisi obbliga le aziende desiderose di sopravvivere a un’azione drastica che può essere l’analisi di processi e l’attività di razionalizzazione oppure la necessità di semplificazione del processo produttivo fino ad arrivare alla ricerca dell’innovazione di prodotto, di processo o di organizzazione. Perché non farlo prima? Evidentemente la pigrizia e il benessere richiedono validi motivi per rivoluzionare un mercato, un settore, un’impresa. La sopravvivenza stessa di una attività economica è un’ottima giustificazione. A rischio di essere autoreferenziale, ricordo i casi della Harley Davidson, rimasta per decenni immobile per tipologia di offerta fino all’arrivo delle pericolose moto giapponesi o la Coca Cola che ha sottovalutato la pericolosità della Pepsi tanto da rifiutarne l’acquisto quando ne aveva la possibilità. Pensiamo poi alla Swatch nata da una profonda crisi del settore orologiero svizzerro negli anni 60.

Chiudo con un pensiero assolutamente personale: stiamo vivendo un momento di stasi perché tutti gli attori economici cercano di capire le effettive conseguenze della crisi finanziaria. Ora, se diamo per assodato che sono finiti i tempi d’oro è necessario agire di conseguenza perché anche se non dovessero esserci delle ripercussioni travolgenti sull’economica reale è possibile cogliere l’occasione e puntare su di un cambiamento che probabilmente sentiamo come necessario ma che fino adesso non abbiamo avuto l’esigenza di mettere in pratica.

Condividi questo articolo
  • Digg
  • del.icio.us
  • TwitThis
  • Technorati
  • Google Bookmarks
  • Facebook
  • Segnalo
  • LinkedIn

Commenta