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Com’è cambiato il cambiamento?

Giovedì 29 Gennaio 2009 di Claudia Ferrari - www.salsadigitale.net

Era il 1979 quando John Kotter e Leonard Schlesinger decisero di affrontare una tematica nuova ma di sicuro interesse futuro: la gestione del cambiamento nelle organizzazioni aziendali.
Gli insegnamenti trasmessi dal loro lavoro sono riassunti nell’articolo “Strategie per il cambiamento” che l’Hardward Business Review Italia ha deciso di ristampare nell’edizione dello scorso settembre.

A trentanni di distanza la tematica è sempre attuale e si fonda ancora su molti principi citati dai due studiosi. Esplicate in modalità differente i recenti studi in materia di Change management confermano come siano sempre i medesimi i fattori motivanti l’opposizione al cambiamento:

  • paura di perdere privilegi o la sicurezza dello status quo;
  • endemica resistenza al cambiamento per gran parte degli individui, gruppi e organizzazioni;
  • mancanza di informazioni e visioni condivise e scarsa fiducia tra staff e management.

Comuni le cause e comuni le cure: la gestione delle informazioni è punto focale per la corretta presentazione, interpretazione e applicazione della strategia da adottare ma, ancor più rilevante, è la considerazione e l’importanza conferita alle persone che vengono coinvolte nel processo di cambiamento.

La necessità di accettare il processo di mutazione come percorso naturale di sviluppo di un’azienda si riscontra nelle due principali differenze tra la situazione attuale e la medesima tematica trattata a fine anni 70. Oggi due fattori peculiari caratterizzano il mercato e le aziende:

  • Frequenza del cambiamento: Kotter considerava che un’azienda mediamente registrasse un mutamento significativo ogni 4/5 anni e piccole transizioni ogni anno. Il presente mercato ipercompetitivo impone un ritmo accellerato chiedendo alle imprese di rivedersi a diversi livelli, più volte l’anno;
  • Cultura del cambiamento: diretta conseguenza del punto precedente è la necessità per le aziende contemporanee di sviluppare una cultura del cambiamento evitando esperienze traumatiche ad ogni necessaria sistemazione o revisione dell’assetto societario.

Le nostre aziende vivono in perenne mutazione e proprio questa necessaria attitudine diventerà parte del DNA delle imprese del futuro. Il cambiamento è la regola tanto da non essere considerato più un processo di transizione ma un fattore abitudinario.

Fonti:

HBR Italia
“Strategie per il cambiamento”
[articolo a pagamento] http://www.hbritalia.it/Edizioni/Articolo.aspx?IDArticolo=238

Eccellere
“Change Management: organizzazioni capaci di cambiare”

http://www.eccellere.com/Rubriche/GestioneRisorseUmane/changemanagement.asp

Risorse:
Assochange
[Associazione italiana di Change Management]

http://www.assochange.it/default.asp

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2 Commenti a “Com’è cambiato il cambiamento?”

  1. enricodesimone@fastwebnet.i scrive:

    La recessione conduce al protezionismo ed il protezionismo all’autarchia; essendo anch’essa globalizzata e si dice per effetto della globalizzazione, governare la recessione significa governare la produzione a direzione planetaria con i fattori natura capitale e lavoro armonizzati a livello mondiale a sfondo umanitario che contiene il sociale: solidarismo economico transnazionale tra paesi saturi e paesi a sottoconsumo.
    Ne consegue la fine del bellicismo con conseguente vantaggio del rilancio delle economie

  2. Claudia scrive:

    quindi, il prossimo cambiamento sarà una trasformazione nei paradigmi del capitalismo moderno, abbandonando la rincorsa al profitto e al dogma della crescita? A mio avviso questo movimento molto “sperato” dovrebbe accompagnarsi anche alla legittimazione della ricchezza e del benessere quando effettivamente viene creato valore tramite prodotti e servizi rispettosi dell’uomo e dell’ambiente perché si partecipa attivamente ad un benessere globale.

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